Milano, 25 novembre 2011 - Intervento di Michela Vittoria Brambilla

Cari amici,
oggi La Coscienza degli Animali, il movimento che ho fondato con il prof. Umberto Veronesi, intende denunciare con forza la tragedia degli animali allevati, catturati e uccisi per la produzione di pellicce. In occasione della giornata mondiale contro le pellicce vogliamo mettere a nudo la crudeltà di una pratica figlia solo del capriccio e dalla vanità. In nome di questo capriccio e di questa vanità milioni di animali soffrono nelle gabbie degli allevamenti intensivi o sono strappati al loro ambiente naturale ed uccisi nei modi più crudeli. Da tempo la pelliccia ha cessato di essere un prodotto funzionale a riparare dal freddo per diventare puro status symbol o, in altri casi, decorazione o guarnizione per capi d'abbigliamento o accessori. Nulla, certo, di cui non si possa – e non si debba, dico io - fare a meno.
A livello mondiale, il business delle pelli comporta la sofferenza e la morte di circa 70 milioni di animali l'anno. L'approvvigionamento di pellicce avviene per l'85 per cento attraverso gli allevamenti e per il 15 per cento da catture in natura. Dagli allevamenti europei provengono il 60 per cento delle pellicce commercializzate nel mondo, più del doppio della produzione cinese (25 per cento). I metodi usati sono quelli industriali, che consentono di massimizzare il profitto. Naturalmente senza alcun rispetto per il benessere animale. Tuttora l'unico studio scientifico in materia condotto da organismi istituzionali risale al 2001. E' dovuto al Comitato scientifico per la Salute e il benessere animale della commissione europea, che conclude (cito letteralmente): "Gli attuali sistemi di allevamento causano seri problemi per tutte le specie animali allevate per la pelliccia". Dietro questa sobria conclusione c'è un vero e proprio inferno. Il visone, uno degli animali più allevati, in natura vive a stretto contatto con ambienti acquatici, tanto che può immergersi sino a 5 metri di profondità e può nuotare sottacqua per circa 30 metri; è un abile nuotare in acqua così come un abile corridore sulla terra ferma. E' un predatore e si nutre di pesci, anfibi, crostacei ma anche conigli e altri piccoli mammiferi. Ha abitudini solitarie e la vita in un allevamento intensivo è evidentemente causa di forti privazioni. Non possiamo dunque stupirci se negli allevamenti di visoni si registra una mortalità del 20% per i cuccioli e fino al 5% per gli adulti entro un anno di vita. Comuni sono i problemi di salute quali l'ulcera gastrica, problemi renali e la caduta dei denti. I visoni d'allevamento manifestano spesso comportamenti innaturali e per periodi prolungati nel corso della giornata, come il succhiarsi o mordersi la coda o altre parti del corpo sino a procurarsi automutilazioni o gravi lesioni. Anche nell'allevamento delle volpi per la produzione di pellicce il Report rileva l'eccessiva frequenza di episodi di infanticidio che si consumano nei primi sei giorni dal parto. Le volpi così allevate manifestano ulteriori comportamenti anormali come l'eccessiva paura, le autolesioni da morsicature, comportamenti stereotipati (saltare per diverse ore senza tregua all'interno della gabbia; leccare, graffiare, mordere e scavare la gabbia; inseguire la propria coda in circolo). L'ambiente di allevamento ovviamente impedisce il naturale movimento e, tra le conseguenze più gravi, sono stati documentati problemi di fragilità ossea e quindi facilità di frattura. I cincillà invece sono stabulati a terra e la caratteristica dell'allevamento è lo sfruttamento intensivo delle femmine, "costrette" a 5 parti ogni due anni con una produzione media di 3 cuccioli a parto. A dieci anni da quel rapporto, nulla è cambiato. Nella realtà dei fatti, i visoni allevati in Italia continuano a stare richiusi in allevamenti intensivi e dentro gabbie delle dimensioni di 2.550 cmq, ossia di circa 35cm x 70 cm. E i metodi sono sempre gli stessi, compreso quello più diffuso per l'uccisione: la camera a gas.

In Italia, fortunatamente, la filiera della pelliccia non ha mai avuto una particolare rilevanza economica e negli ultimi anni appare in costante declino: nel 2010 il fatturato rappresentava circa il 2,8 per cento di tutto il settore abbigliamento, che rappresenta comunque un business da più di 800 milioni. Anche il numero degli allevamenti (visoni e cincillà, la volpe non è più allevata dalla fine degli anni Ottanta) si è ridotto, da 170 nel 1988 con circa 500 mila animali a 10 nel 2011 con circa 100-150 mila animali.
Un declino che va di pari passo con il forte cambiamento culturale registrato dagli istituti specializzati nei sondaggi d'opinione. Secondo il rapporto Eurispes 2011, per esempio, la percentuale di quanti valutano positivamente il fatto di indossare capi di pelliccia supera appena il 14,1% (abbastanza: 11,7%; molto: 2,4%). La disapprovazione raccoglie l'83% delle risposte (58,8% "per niente" e 24,2% "poco").
Noi riteniamo che questo dato possa ancora migliorare mettendo gli italiani a conoscenza della tragedia degli animali da pelliccia, senza censure di alcun genere. Pertanto abbiamo preparato un video-denuncia che chiediamo ai media di diffondere in ogni modo. Il messaggio finale è molto chiaro: "Questo è un appello alla tua coscienza, rispetta la vita degli animali, non vestirti di cadaveri".

La fine di questo orrore passa anche attraverso un adeguamento delle nostre normative ad un contesto nazionale ed internazionale che vede l'affermarsi di una sempre maggiore coscienza di amore e rispetto per gli animali ed i loro diritti e l'estensione del concetto di tutela a tutte le specie animali.
Oltre al rispetto del benessere animale, vi è oggi l'imprescindibile necessità, di fondare ogni attività economica su fattori di sostenibilità, di rispetto dell'ambiente, di responsabilità sociale. L'allevamento di animali per la produzione di pellicce non soddisfa nessuno di questi requisiti. Peraltro, per quanto concerne il fattore inquinamento e consumo energetico, la letteratura scientifica (nazionale ed internazionale) fornisce numerosi dati circa l'incompatibilità delle fasi industriali di ottenimento e lavorazione delle pellicce ed il rispetto dell'ambiente. La filiera dell'industria della pellicceria è infatti anche causa di immissioni di inquinanti atmosferici, eutrofizzazione delle acque, alto consumo energetico e di impiego di sostanze tossiche e cancerogene come la formaldeide, il cromo e altre sostanze chimiche.

Pertanto, in forza dell'evoluzione dei costumi sociali e dei principi comunitari in materia, vi illustro la proposta di legge che presento alla Camera dei Deputati come primo firmatario, unitamente a tutti i colleghi facenti parte del coordinamento per la creazione di un'Italia Animal Friendly e con il prezioso contributo della Lav. Il testo mira ad estendere le fattispecie di reato previste dall'articolo 544 bis (uccisione di animali "per crudeltà o senza necessità") del Titolo IX-bis del codice penale ("Dei delitti contro il sentimento per gli animali") alle attività di allevamento, cattura e uccisione di animali per la principale finalità di utilizzare la loro pelliccia.
Inoltre, in aggiunta alle pene già previste per la violazione dell'articolo 544 bis del codice penale, ovvero la reclusione da tre a diciotto mesi, la proposta di legge prevede che chiunque allevi animali con la finalità di commercializzarne le pellicce o produca, commercializzi a qualunque titolo pellicce ricavate da animali allevati, catturati o uccisi in Italia sia punito con l'ammenda da euro 1.000 a euro 5.000 per ciascun animale. E in ogni caso consegue anche la confisca degli animali vivi nonché la distruzione del materiale di origine animale prodotto in violazione della legge in oggetto.

Per gli animali degli allevamenti in via di dismissione sono previsti il reinserimento nell'ambiente naturale o l'affidamento a strutture adeguate
Questa strada è già stata imboccata da molti Paesi. L'Olanda ha vietato l'allevamento delle volpi e dei cincillà (dal 1995); dal 2000 la Gran Bretagna ha bandito gli allevamenti in quanto ritenuti crudeli; anche Austria (dal 2004), Danimarca (dal 2009, con bando vigente a partire dal 2024), Irlanda del Nord e Scozia (2003), Croazia (dal 2007, con bando vigente a partire dal 2017), e la Bosnia hanno vietato l'allevamento di animali per la produzione di pellicce. Germania, Svizzera, Svezia e Bulgaria hanno adottato forti restrizioni a questa attività. E' tempo che le cose cambino anche da noi.

Infine, grazie al contributo di Elio Fiorucci, garante del manifesto del movimento La Coscienza degli Animali nonché affermato stilista "fur free", la nostra campagna intende promuovere modelli virtuosi, interpreti di una nuova tendenza di moda rispettosa dell'ambiente e degli animali. E' indubbio infatti che proprio dal nostro Made in Italy, che costituisce da sempre un faro nel mondo, debba arrivare quel cambiamento in linea con il comune sentire che possa costituire un riferimento per il mercato internazionale della moda.
Molti stilisti e molte imprese del settore dell'abbigliamento hanno già fatto propria questa sensibilità e si sono orientate verso una politica fur-free, cioè hanno rinunciato a produrre e commercializzare pellicce ed accessori di pelliccia. Bellezza ed eleganza, peraltro, non possono coniugarsi con la sofferenza degli animali e diventano una vergogna se il sacrificio di creature viventi ne è il presupposto. La bellezza e l'eleganza di una persona si riflettono prima di tutto nel suo essere bella ed elegante nell'animo. E il vestirsi di cadaveri, il portare addosso le sofferenze di povere creature viventi, contrasta certamente con tali presupposti. Pertanto, mi rivolgo soprattutto alle altre donne, a quelle – quantomeno – che possono permettersi un capo così costoso come la pelliccia: non vestitevi di cadaveri! La pelliccia non aggiunge nulla al vostro fascino, ma può dire molto della vostra personalità. Può voler dire, ad esempio, che siete indifferenti di fronte al sacrificio di creature innocenti, barbaramente uccise e scuoiate dopo una vita-non vita in un allevamento. Se non ci avete mai pensato prima, è tempo di pensarci adesso. Non vestitevi di cadaveri! Vi sentirete meglio con voi stesse e con gli altri.
E ora lascio la parola a Elio Fiorucci.