Roma, 9 novembre 2010 - Intervento di don Luigi Lorenzetti

  I. LA QUESTIONE ANIMALISTA E IL PENSIERO CRISTIANO

 

1. Salutare provocazione
Il movimento animalista, nelle varie associazioni e sigle nelle quali si manifesta e opera, ha provocato (e provoca) il pensiero cristiano a rivedere le idee tradizionali sulla creazione e su le creature che lo abitano.
Nel cristianesimo storico, che ha ormai più di duemila anni, filosofi e teologi hanno insegnato l'importanza dell'essere umano, uomo e donna, ma l'hanno negata agli animali. È un limite sempre più avvertito e contestato dalla coscienza cristiana. Molti cristiani non accettano che la Chiesa, a livello universale e locale, non prende posizione su comportamenti dove è evidente il disprezzo dell'animale e la riduzione a oggetto di cui servirsi arbitrariamente per le più irragionevoli e insensate finalità. Tra queste, la caccia per sport che è il tema di questa giornata, ma non solo. Si pensi alla sperimentazione cosiddetta scientifica che mutila e uccide l'animale; all'industria della pelliccia che serve solo alla vanità; all'industria della carne che nulla ha a che vedere con la finalità del mangiare carne per necessità.
La giusta reazione della cultura animalista è stata (ed è), per i cristiani, una salutare provocazione a ripensare al disegno di Dio sull'universo e su tutte le creature inanimate e animate. Si tratta di un ripensamento che ha coinvolto, da alcuni decenni, lo stesso magistero cattolico che ha prodotto interessanti testi che, sebbene non abbiano ancora raggiunto le teste, costituiscono importanti punti di incontro con la cultura animalista.

2. Una rinnovata teologia della creazione
Tra i vari documenti, il Catechismo della Chiesa Cattolica (1993), riporta ai nn. 2415-2418, con il titolo «Il rispetto dell'integrità della creazione», alcune tesi che sono centrali della nuova cultura della Chiesa verso gli animali.
_ «La signoria sugli esseri inanimati e sugli altri viventi accordata dal Creatore all'essere umano non è assoluta» (n. 2415). È, per così dire, una signoria dal basso che deve sempre fare riferimento alla Signoria alta. ¬
_ «Gli animali sono creature di Dio» (n. 2416).
_ «Dio ha consegnato gli animali a colui che egli ha creato a sua immagine» (n. 2417).
_ «È contrario alla dignità umana far soffrire insensatamente gli animali e disporre arbitrariamente della loro vita» (n. 2418).
È un testo di grande significato per la formazione della coscienza cristiana sul rispetto che si deve all'«integrità della creazione».

 

II. DALLA TEOLOGIA A UN'ETICA ANIMALISTA
Dalla rinnovata visione cristiana degli animali deriva un'etica che si costruisce attorno ai valori-principi dell'amore, della solidarietà, dell'armonia e della giustizia.

 

1. Un'etica animalista è un'etica dell'amore
L'amore è il principio supremo della morale cristiana. Ma non sono forse soltanto gli esseri umani i destinatari dell'amore? Non è forse romanticismo parlare di amore verso gli animali? Sembra proprio di no.
Il concilio Vaticano II insegna: «L'uomo può e de¬ve amare anche le cose che Dio ha create. Da Dio le riceve e le guar¬da e le onora come se al presente uscissero dalle mani di Dio» (Gaudium et spes 37).
Il credente crede in un Dio che prende sul serio l'intera creazione e non soltanto l'essere umano, uomo e donna. Le norme in negativo (ciò che non si deve fare) e in positivo (ciò che si deve fare) verso la creazione, nella sua multiforme varietà, si fonda sul comandamento nell'amore.
C'è chi ama l'universo e le sue creature, perché è un bene per lui, così si astiene dal danneggiare, perché si risolve in danno per lui stesso. Non si può non essere d'accordo, tuttavia, l'etica cristiana conduce a un amore oblativo: la creazione e tutte le sue creature sono da amare e da rispettare per se stesse. Tutte le creature hanno valore economico, ma prima ancora, hanno un valore meta-economico. «Eguagliare un'auto a un animale sulla base della loro utilità, senza ri¬conoscere la più fondamentale differenza tra di loro, quella a livel¬lo dell'essere, è un errore metafisico destinato a produrre le più gravi conseguenze pratiche» (F. SCHUMACHER, Piccolo è bello, 85).

2. Un'etica animalista è un'etica della solidarietà
L'interdipendenza tra gli esseri viventi e con l'ambiente (ecologia «casa comune») è un fatto. L'interdipendenza può essere vissuta in termini di sopraffazione e di sfruttamento o, viceversa di solidarietà, il che vuol dire che si è responsabili di se stessi e corresponsabili di ogni altro. La solidarietà esige, in negativo, che non si danneggi l'altro, che si avanzi ma mai a spese e a danno dell'altro. In positivo, esige che si cerchi il proprio bene e la propria crescita nella realizzazione e nella crescita dell'altro, di ogni altro.

3. Un'etica animalista è un'etica dell'armonia
L'armonia, massimo valore nella cultura orientale, minimo valo¬re nella cultura occidentale. L'armonia ha significato soltanto in un contesto di varietà, di complessità e di biodiversità, non certo in un contesto di uni¬formità e di omologazione. Armonia: ogni realtà ha ed è al suo posto ed è legata all'altra, a ogni altra, secondo un ordine interno e dinamico.
In questa prospettiva, sono particolarmente significative due riflessioni. Una è di un religioso: «Occorre tener conto della natura di ciascun esse¬re e della mutua connessione in un sistema ordinato, ch'è appunto il cosmo» (Giovanni Paolo II, Sollecitudo rei socialis 34). E ancora: «Teologia, filosofia e scienza concordano nella visione di un universo armonioso, cioè di un vero "cosmo", dotato di una sua integrità e di un suo interno e dinamico equilibrio. Questo ordine deve essere rispettato: l'umanità è chiamata ad esplorarlo, a scoprirlo con prudente cautela e a farne poi uso salvaguardando la sua integrità» (Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica Pace con Dio creatore. Pace con tutto il creato).
L'altra riflessione è laica e osserva che «Una cosa complicata come un pianeta, abitato da più di un milione e mezzo di specie di piante e animali che vi¬vono tutte quante insieme in un equilibrio più o meno bilanciato nel quale continuamente usano e riciclano le stesse molecole del suolo e della aria» deve essere salvaguardato e non manipolato con interventi privi di fini. (F. SCHUMACHER, Piccolo è bello, 107-108).
In breve, l'armonia (o ordine dell'universo) è un dato e, nello stesso tempo, un compito da realizzare con sapienza e intelligenza.

4. Un'etica animalista è un'etica della giustizia
Si è discusso molto (e si discute) soprattutto in questi ultimi decenni se la Terra e quanto contiene abbia diritti: il diritto dell'ambiente, il diritto degli animali. Qualcuno sostiene che soltanto l'essere umano è destinatario di diritti, perché soltanto lui è consapevole del dovere morale, che è l'elemento corrispettivo del diritto. In ogni caso, una cosa è certa: l'essere uma¬no non ha soltanto diritti nei confronti degli animali ma anche, e prima ancora, dei do¬veri. «Per lui (il Birmano) gli uomini sono uomini e gli animali sono ani¬mali, e gli uomini sono assai superiori; ma da ciò non si deduce che la superiorità dell'uomo gli dia il permesso di maltrattare o di uccidere gli animali. E proprio il contrario. E perché l'uomo è così superiore che può e deve osservare verso gli animali la massima attenzione e sentire per essi la massima comprensione, essere buono con essi in tutti i modi possibili. Il motto del Birmano dovrebbe essere noblesse oblige. Ne co¬nosce il significato, se non proprio le parole» (Fielding Hall della Bir¬mania, citato in F. Schumacher, Piccolo è bello, 86).

 

III. ETICA ANIMALISTA IN APPLICAZIONE ALLA CACCIA PER SPORT

 

L'etica animalista delegittima e valuta immorali i comportamenti che la contraddicono: la caccia per sport (divertimento); l'industria del lusso (pellicce); l'industria della carne; la sperimentazione medica che mutila e uccide: lo svago delle feste sadiche, le corride, i combattimenti fra animali, e altro ancora.

1. La caccia per sport è immorale
La morale cristiana non ha nulla da aggiungere al giudizio che ne dà il poeta, scrittore, filosofo e teologo, Lev Tolstoy (1895): «Nella caccia non vedo che un atto inumano e sanguinario, degno solamente di selvaggi e di uomini che conducono una vita senza coscienza, che non si armonizza con la civiltà e con il grado di sviluppo a cui noi ci crediamo arrivati».
Al contrario, uno strenuo difensore della caccia espone dieci motivazioni ( davvero troppe) per giustificarla: «la caccia è naturale; la caccia è gestione; la caccia è conservazione; la caccia è conoscenza; la caccia è cultura: la caccia è tradizione; la caccia è donna; la caccia è stare insieme; la caccia è produzione e lavoro; la caccia è presidio sul territorio». A questo punto si ferma e non dice quello che la caccia è davvero: uccisione barbara e gratuita dell'animale.

2. Non uccidere: L'animale è sotto la protezione di Dio.
«Non uccidere» è il comandamento che Dio, tramite Mosè, ha dato a Israele. Gesù, il nuovo legislatore, lo porta oltre l'originaria definizione: «Avete inteso che fu detto: "Non uccidere"... Ma io vi dico...» di non odiare, di non offendere, di amare e perdonare. È impossibile giustificare, in nome del Vangelo, l'uccisione e la violenza sull'essere umano. La violenza non trova alcuna legittimazione morale, non può dirsi mai giusta, meno che meno in nome di Dio.
Il divieto non uccidere, contrariamente a un'interpretazione tradizionale, si estende anche agli animali. Infatti si dice «Non uccidere» e non semplicemente «Non commettere omicidio».
L'essere umano non ha il potere di creare la vita, non ha, quindi, il potere di toglierla. È decisivo rendersi conto della differenza radicale tra le cose prodotte dall'uomo e le realtà che non sono state prodotte da lui. E questa differenza riguarda l'ordine dell'«essere», così che ignorare tale differenza significa falsare già in partenza il giusto atteggiamento verso le creature.

3. Non uccidere è doveroso, ma non basta
Non uccidere è doveroso ma non basta. È necessaria una conversione, individuale e collettiva, a una nuova mentalità.
a: È necessario il passaggio da una mentalità utilitarista a una mentalità gratuita. Le creature, prima che utili, sono valore per sé stesse e dicono appartenenza al creatore che le ha create. Nella cultura occidentale è fin troppo evidente una concezione esclusivamente strumentale degli animali, considerati unicamente in termini di utilità e di vantaggio per l'essere umano. Una concezione cosiffatta va contro «il rispetto che si deve alla natura di ciascun essere e della sua mutua connessione in un sistema ordinato, che è appunto il cosmo» (cf. Sollicitudo rei socialis 34, 26).

b: Inoltre, è necessario il passaggio da una mentalità padronale a una mentalità di amministratore e di servizio. Occorre rivedere una concezione di tipo piramidale in cui l'essere umano sta, per così dire, in cima, sotto e in basso tutte le altre cose: elementi naturali, piante, animali. In questa concezione, il rispetto e l'insieme dei diritti riguardano soltanto l'essere umano, tutto il resto è in funzione e strumentale del medesimo. Tutto viene considerato come suo dominio privato.

 

IV. MEDIAZIONI OPERATIVE

 

L'etica animalista non può limitarsi ai principi o valori; deve preoccuparsi della loro traduzione nella storia, della loro capacità di muovere la prassi.
D'altra parte, la traduzione dei principi (valori) nella storia non può essere at¬tuata con il semplice impegno del singolo, meno che meno con le buone intenzioni. È necessario ricorrere a quelle mediazioni che permettono ai principi e ai valori di fare storia, muovendo la prassi in una certa direzione.
Tra le mediazioni principali, anche se non uniche, sono da pren¬dere in seria considerazione:
a: La politica. L'attività politica non si riduce a fare leggi giuste, ma è anche questo. Qui entra in gioco l'importanza di un'informazione oggettiva, senza di questa la partecipazione alle scelte politiche diviene impos¬sibile o resta già bloccata in partenza.
_ I movimenti. Altra mediazione sono i Movimenti o gruppi di pres¬sione e, in questo caso, il movimento animalista. I movimenti sono luoghi dove importanti esigenze etiche sono fortemente avvertite in anticipo sulla maggioranza; sono anche ineludibili luoghi dove le istanze etiche possono tro-vare concreta realizzazione, sia pure sempre in modalità parziale e progressiva.

 

V. CONCLUSIONI E PROSPETTIVE PER IL FUTURO

 

La generazione del XXI secolo è chiamata a vivere un rapporto di pace e di riconcilia¬zione con l'universo e con tutte le creature. E questo esige, come minimo, l'obbedienza al comandamento Non uccidere. Ma si deve andare oltre e coltivare verso gli animali un'etica del'amore, della solidarietà, dell'armonia, della giustizia. Sembra un traguardo utopico, ma l'utopia non è il contrario o il rovescio della realtà. È la realtà di domani, se è accompagnata dall'impegno a costruirla nel¬l'oggi della storia.