Milano, 13 maggio 2010 - Intervento di Umberto Veronesi

Devo dire subito che quando il ministro Brambilla ed io ci siamo incontrati sul tema della difesa degli animali ci siamo accordati per questo incontro rapidamente, perché pensiamo che il tema sia arrivato alla maturazione sufficiente per poterlo dibattere con decisione. Voi sapete che ci sono molti movimenti ormai, filosofici e di pensiero, verso una progressiva civilizzazione dell'umanità: uno di questi è il tentativo, per ora tentativo, di trasformare la cultura antropocentrica in cui viviamo, antropocentrica vuol dire che l'uomo è al centro della natura e tutto quello che ci circonda è asservito ai bisogni e alla volontà dell'uomo, in una cultura che invece potremmo definire ecocentrica o meglio ancora solidaristica.
Cosa vuol dire questa cultura solidaristica? Vuole dire che dobbiamo cominciare a trasferire i principi etici che regolano la nostra convivenza, per esempio: non far soffrire, non essere violenti e non uccidere, e trasferirli anche al mondo animale. È un'operazione complessa, ha avuto già molti sostenitori e comincia ad avere un seguito anche importante. Naturalmente con molte resistenze: le resistenze sono di tipo, diciamo, di principio. La prima obiezione che vi fanno è: "Ma quali animali? Tutti gli animali? È tutto uguale? Un verme vale come un cane? Come un cavallo? Oppure dobbiamo fare delle differenze?" E questo, naturalmente, che ci impone di incominciare a considerare questo aspetto.

Bene, noi pensiamo che nella scala evolutiva c'è una progressiva evoluzione del dolore, una progressiva evoluzione della sofferenza e gli animali evolvendo nelle varie condizioni arrivano a un tipo di situazione neuropsichica molto vicina a quella dell'uomo. Certo, gli animali non possono parlare, ma c'è un linguaggio, un linguaggio non verbale, con cui riusciamo a capire la loro gioia, il loro dolore, la loro sofferenza, la loro gelosia, il loro senso di abbandono, il loro bisogno di affetto. Quindi, possiamo dire che gli animali ormai, o una parte degli animali, sono molto vicini a noi come sensibilità e quindi è giusto che noi trasferiamo a loro gli stessi diritti dell'uomo.
Michela ha detto: "Il primo diritto è il diritto alla vita", ma il diritto alla vita vuol dire che non dobbiamo ucciderli, questo deve essere chiaro se vogliamo parlare di diritto alla vita. Per non ucciderli bisogna appunto mettere una demarcazione: dove possiamo arrivare a essere contro ad un insetto, una zanzara, una formica. Certo, ci sono i giainisti in India che spazzano il terreno davanti a loro per non colpire o uccidere neanche una formica. Però certamente c'è una differenza tra uccidere una formica e uccidere un cane. E quindi molti, la maggior parte di voi, già una demarcazione l'hanno fatta: nessuno di voi mangerebbe il proprio cane, mangerebbe il proprio gatto. Molti altri si astengono e non vogliono mangiare mammiferi perché sono parte della nostra famiglia, noi siamo mammiferi, come i primati, come una quantità di specie animali che sono vicine a noi. Altri allargano ancor di più agli uccelli, altri ai pesci. Quindi c'è una variabilità: è inevitabile che ciascuno abbia una propria linea di demarcazione, tuttavia è essenziale che si incominci ad avere questa linea di demarcazione, che si allargherà sempre di più, quanto più l'uomo prende coscienza della necessità di avere gli animali con dei diritti.

Il filosofo Singer, che è uno dei più grandi difensori degli animali, ha coniato un termine che si chiama "specismo", che deriva dal razzismo. Noi per secoli siamo stati antirazzisti, ma adesso cominciamo ad essere antispecisti, cioè non vogliamo, non riteniamo che sia giusto che una specie, quella umana in particolare, prenda il sopravvento e aggredisca le altre specie. Questo antispecismo comincia ad essere un movimento filosofico importante e con l'adesione di tanti filosofi di valore. Ci sono ovviamente persone che obiettano a questo nostro pensiero, e di solito gli argomenti che pongono sono tre.
Il primo è: "Ma gli animali non hanno la stessa percezione del dolore dell'uomo, sono diversi da noi in questo senso, nell'uomo c'è anche un dolore indotto, quello dei familiari, degli amici, dei figli, che negli animali non c'è e la loro elaborazione del futuro, della morte è molto bassa rispetto a quella umana". Questa è un'obiezione giusta, ma noi rispondiamo in maniera molto semplice: "Se questo è il criterio per non ucciderli e non mangiarli, teniamo conto che tra gli esseri umani vi sono persone in quelle condizioni, vi sono persone che hanno dei ritardi mentali, che hanno difficoltà cognitive, o che hanno incapacità e elaborare anche i pensieri più semplici: pensiamo a pazienti con l'alzheimer. Ma il fatto che abbiano l'alzheimer forse ci giustifica ad ucciderli o a mangiarli? Non credo. Quindi quella non può essere una ragione.
La seconda ragione più comune e in fondo anche più semplice è: "Ma gli animali si mangiano tra di loro, si aggrediscono, e quindi perché noi dobbiamo rispettare un mondo di animali che invece si comporta in maniera che noi non approviamo?". Ma questo è ovvio che noi dobbiamo considerarlo, dobbiamo valutarlo, ma gli animali non hanno un codice etico, non hanno una coscienza morale, loro si comportano in maniera molto semplice e molto istintiva, mentre l'uomo ha il dovere di sviluppare dei valori, e questi valori sono il rispetto della vita. Il rispetto della vita, lo ripeteremo all'infinito, lo dice spesso Michela, lo dico io, lo dicono tutti quelli che sono qui, è un dovere futuro, che deve diventare fondamentale.
E infine molti dicono: "Ma in fondo l'evoluzione darwiniana di tutti gli esseri viventi ha portato come tutti sanno al fatto che il più forte e il più intelligente deve sopraffare, deve vincere rispetto ai più deboli, e questa è la ragione per cui l'uomo è arrivato a questa condizione di superiorità per cui deve essere accettato inevitabilmente come una parte della concettualità evolutiva". Ma, innanzitutto, nessuno pensa che il processo evolutivo ci porti a uccidere gli animali, mangiarli, fare di questi animali un salmì o un altro piatto che serve solo a soddisfare i nostri piaceri. E in ogni caso, il nostro dovere è di correggere, come già facciamo in mille altre circostanze, questi aspetti del processo evolutivo verso un'ideologia più nostra, più civile.
Quindi, io credo che dobbiamo essere tutti solidali in questo senso, che dobbiamo creare un movimento, abbiamo creato inizialmente un manifesto, un manifesto che io spero che tutti vogliano accettare. Il diritto alla vita, ripeto, deve essere seguito con coerenza, se noi vogliamo non uccidere gli animali, dobbiamo anche rinunciare a mangiarli, non possiamo dire: "Io amo gli animali, però li mangio". Quante volte sono a tavola con donne o uomini che dicono: "Io gli animali li amo" e intanto stanno masticando una delicatissima cotoletta di vitello.

Quindi questa è la coerenza, anche perché chi conosce come vengono allevati gli animali per l'industria della carne, se uno va a vedere anche per una piccola frazione di minuto, si terrorizza, scappa e diventa vegetariano come moltissimi hanno fatto. Perché è una forma cosi brutale, così violenta, così incomprensibile... Pensate ad un povero vitello che viene tenuto bloccato, legato perché crescendo non possa fare attività muscolare in modo che diventi grande e grosso ma sempre con la carne bianca che vale di più della carne rossa... siamo a questi livelli di assurdità, di violenza, di brutalità che non deve essere parte dei nostri valori morali.
Infine due parole su quella che molti chiamano la vivisezione: noi siamo contrari all'uso di animali di laboratorio per ricerca, fuorché in casi eccezionali. Noi ci rendiamo conto che per i farmaci qualche volta è indispensabile, perché provare i farmaci direttamente sull'uomo non si può fare, lo facevano nei lager nazisti, ma non si può fare, e quindi è inevitabile come ha fatto Fleming quando ha scoperto la penicillina, testarla su piccoli animali, su roditori, tenuti in condizioni perfette. Io ho spinto in tutte le maniere la ricerca di forme alternative, abbiamo fatto le colture in vitro, ormai le cellule possono essere coltivate in provetta, cellule normali, cellule patologiche, su queste colture di cellule possiamo provare una quantità infinità di sostanze, di farmaci, di tossici, per verificarne la qualità, ma per il momento non siamo ancora completamente a punto. Io ho creato un istituto, l'Istituto Europeo di Oncologia, dove non si usano animali, se voi cercate ovunque, frugate in tutto l'istituto, non trovate un posto dove vi siano animali di laboratorio.

Questo ha creato qualche contrasto con i miei colleghi ricercatori, però nel complesso questa consapevolezza anche nel mondo della ricerca sta procedendo, al punto che, voi sapete, molte riviste scientifiche non accettano delle produzioni scientifiche se si fa capire o se il lettore può immaginare che ci sia stato un maltrattamento nel mondo animale. Questo per dirvi, ritornando a quello che ho affermato all'inizio, che il momento è maturo per un grande movimento collettivo, ma deciso; dobbiamo essere molto vocali, dobbiamo tutti partecipare a questo movimento con decisione e soprattutto dobbiamo disseminare il messaggio a tutti, perché credo che sia una necessità per chi ha dei valori morali da difendere.

(questo testo è la trascrizione dell'intervento tenuto dal prof. Umberto Veronesi alla Giornata per la Coscienza degli Animali, il 13 maggio 2010)